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Il mulino a olio: quando il vento frantumava semi invece di macinare grano

Non tutti i mulini a vento sorti su un argine o su una diga di polder servivano a fare farina. Soprattutto nella Zaanstreek, a nord di Amsterdam, centinaia di mulini furono costruiti per un compito industriale del tutto diverso: frantumare semi oleosi e spremerne l'olio. Lino, colza, canapa e noci arrivavano su chiatte e navi, e questi mulini li trasformavano in olio per lampade, vernici, sapone e cucina, facendo reggere uno dei commerci più preziosi dell'Europa preindustriale sulla sola forza del vento.

Due mestieri ben diversi per un solo mulino

Un mulino da farina ha un solo compito: macinare grano secco tra una macina fissa e una macina rotante fino a ottenere una polvere fine e uniforme. Il grano è fragile e quasi privo di olio, quindi la sola macinazione basta. Un mulino a olio doveva svolgere un compito assai più complicato. I semi oleosi sono piccoli, ricchi di olio e spesso avvolti in un guscio duro, e macinarli semplicemente in farina avrebbe liberato ben poco dell'olio racchiuso nelle loro cellule. I mugnai che lavoravano i semi oleosi costruivano invece macchinari che univano frantumazione, riscaldamento moderato e pressatura meccanica potente in un'unica sequenza continua, il tutto azionato dalle stesse ali rotanti e dallo stesso albero motore di un normale mulino da grano. Ne risultava un edificio che dall'esterno appariva come un mulino qualunque, mentre al suo interno ospitava macchine del tutto diverse: macine verticali, caldaie per il riscaldamento, sacchi da pressatura e pesanti pestelli di legno.

Le macine verticali: frantumare invece di macinare

La prima fase della lavorazione dell'olio impiegava macine verticali, che ruotavano sul bordo dentro una vasca circolare, invece delle macine piatte e orizzontali di un mulino da farina. Pesanti ruote di pietra o di ferro, poste di taglio, rotolavano incessantemente in cerchio in questa vasca, azionate da un treno di ingranaggi collegato all'albero motore sotto la cuffia girevole. Invece di polverizzare i semi in farina fine, il peso rotolante delle macine spezzava i gusci e schiacciava i semi in una pasta grossolana e oleosa. Questa frantumazione era decisiva: rompeva le minuscole cellule oleifere all'interno di ogni seme senza polverizzare del tutto il materiale, lasciando una pasta da cui in seguito si sarebbe potuto estrarre l'olio per pressatura meccanica. Questo materiale frantumato doveva però essere ancora lavorato prima che se ne potesse separare l'olio, ed è proprio qui che il mulino a olio si allontanava di più da un comune mulino da macinazione. Era qui, inoltre, che si rivelava la vera abilità del mugnaio, capace di giudicare al tatto e all'odore quando la pasta era pronta per la fase successiva.

Riscaldare, insaccare e pestare fino a liberare l'olio

Una volta frantumati i semi, la pasta veniva di solito riscaldata sopra un fuoco o in una caldaia, il che rendeva l'olio più fluido e facilitava molto la spremitura rispetto a una pasta fredda. La pasta riscaldata veniva poi racchiusa in sacchi robusti, tradizionalmente di crine di cavallo o di ruvida tela di canapa, scelti perché capaci di resistere a una pressione enorme senza lacerarsi. I sacchi riempiti venivano posti sotto pesanti pestelli di legno, veri e propri blocchi di travi sollevati e lasciati cadere in rapida sequenza da camme montate su un albero collegato all'ingranaggio dell'albero motore. A ogni colpo dei pestelli, l'olio veniva spremuto fuori dai sacchi e scorreva in canaline e vasche sottostanti, mentre all'interno del sacco restava un panello compatto e appiattito di seme frantumato. I mulini più tardi, e quelli destinati a oli più pregiati, impiegavano talvolta grandi presse a vite di legno o di ferro, trasformando lo stesso moto rotatorio in una forza di pressatura più lenta e costante anziché in colpi ripetuti. In entrambi i casi, tuttavia, il principio restava lo stesso in tutto il settore: prima frantumare, poi pressare, convertendo la forza rotatoria del vento in un movimento duro e ripetuto di battitura o pressione, cosa che una semplice macina non avrebbe mai potuto produrre.

La Zaanstreek come paesaggio industriale

In nessun luogo questa industria si concentrò con tanta intensità come nella Zaanstreek, l'insieme di villaggi pianeggianti lungo il fiume Zaan appena a nord di Amsterdam. A partire dal diciassettesimo secolo questa regione ventosa e bassa divenne un vero e proprio paesaggio industriale, fondato quasi interamente sulla forza del vento, con mulini costruiti non solo per l'olio ma anche per segare legname, macinare tinture e pigmenti, decorticare riso e orzo, o lavorare la pasta per la carta. Semi oleosi come colza e lino arrivavano via nave dalla regione baltica e da altre zone cerealicole, scaricati direttamente all'attracco del mulino, per poi essere frantumati e pressati nei mulini dello Zaan, prima che l'olio ottenuto venisse riesportato in tutta Europa. Numerosi di questi mulini storici sopravvivono ancora oggi, restaurati con cura e in alcuni casi ancora pienamente funzionanti, tra cui mulini a olio preservati nel museo all'aperto di Zaanse Schans, dove i visitatori possono vedere girare le macine verticali e lavorare i pestelli quasi come accadeva secoli fa.

Lino, colza e noce: cosa producevano i mulini

I semi lavorati in questi mulini venivano scelti proprio per l'olio che davano, e ciascuno aveva un proprio impiego. Il lino, seme dell'omonima pianta, forniva olio di lino, un olio a essiccazione lenta divenuto essenziale per la pittura a olio tradizionale, per le vernici e per lo stucco, apprezzato da pittori e artigiani per secoli e tuttora ricercato per le stesse qualità. La colza dava un olio largamente bruciato nelle lampade domestiche e stradali prima della diffusione degli oli minerali più economici, e in seguito raffinato anche per uso alimentare man mano che i procedimenti miglioravano. Venivano pressate anche noci, semi di canapa e vari altri semi e frutti oleosi, ciascuno con un olio adatto a un uso particolare, dai materiali per la pittura fine e il combustibile da lampada fino alla saponificazione e alla cucina. Il seme in lavorazione determinava come veniva regolato il mulino, per quanto tempo si dovesse riscaldare la pasta e con quanta forza dovessero agire pestelli o pressa, cosicché un mugnaio esperto applicava, a seconda del carico appena giunto via nave, ricette diverse sulla medesima macchina.

Niente andava sprecato: il panello

La lavorazione dell'olio produceva, oltre all'olio stesso, un sottoprodotto prezioso, e ben poco del seme originario andava davvero perduto. Dopo la pressatura restava il disco piatto e impoverito di olio del seme frantumato, chiamato panello o pane oleoso, tutt'altro che uno scarto da gettare via. Veniva rivenduto come nutriente mangime per il bestiame, ancora ricco di proteine nonostante l'olio estratto, oppure sparso nei campi come concime per arricchire la terra. Il rendimento di un solo mulino a olio sosteneva così due settori distinti dell'economia rurale e industriale allo stesso tempo, alimentando i mestieri che avevano bisogno di olio per vernici, luce e cucina, e le fattorie che avevano bisogno di mangime e concime, tutto estratto per fasi dallo stesso sacco di seme frantumato.

Sulla mappa

Windmill Worldmap segna mulini a vento storici di ogni tipo, dai comuni mulini da grano ai mulini a olio specializzati della Zaanstreek e non solo. Zoomate sulla costa olandese per trovare mulini a olio conservati accanto a segherie, mulini da grano e mulini di scolo, e scoprite come il vento facesse un tempo funzionare un'intera economia industriale a partire da un'unica valle fluviale. Andate sulla map per iniziare l'esplorazione.